Anello delle sorgenti del Torre

Il breve anello, che si snoda nei pressi delle sorgenti del Torre presenta un minimo dislivello di un centinaio di metri, è quindi facile da percorrere.
Giunti sul piazzale sovrastante le sorgenti, in corrispondenza del ponte sulla confluenza del torrente Mea si imbocca la strada in direzione Musi. Subito dopo il ponte ha inizio il percorso. In questo primo tratto il sentiero sale all’interno di un bosco misto piuttosto folto, dato da carpini, frassini, noccioli e salici con ricco sottobosco. La traccia percorre la riva destra di un rio affluente del torrente Mea, fino ad intercettare la strada che conduce a Tanataviele.
Qui si possono incontrare gli ultimi prati stabili della vallata, caratterizzati dalla diffusa presenza dell’avena altissima, tipica delle Alpi orientali. Raggiunta Tanataviele, posta su un ripiano e dominata dalla ripida catena dei Musi, si prosegue sulla strada asfaltata fino a giungere alla chiesetta di Musi. Si prosegue lungo la rotabile fino al borgo Simaz.
Le pareti rocciose che sovrastano la borgata sono denominate Bórova Lava (Testa di Pini). Superato l’abitato si raggiunge un bivio all’altezza dell’ancona votiva. Da qui, invece di proseguire sul “Sentiero Valle Musi”, imbocchiamo a destra una traccia in leggera discesa che si inoltra tra i noccioli.
Il percorso appare in disuso, ma dalla sua notevole lunghezza si intuisce che un tempo era un’importante via di collegamento tra il greto del Mea e la zona di Simaz. Il tracciato è delimitato da muretti a secco che, edificati con le pietre derivanti dal dissodamento dei limitrofi pascoli, avevano la duplice funzione di definire la proprietà e di facilitare il passaggio dei greggi e delle mandrie durante la transumanza, evitando il calpestio dei coltivi.
Molti di questi percorsi hanno conservato dei microtoponimi come Kravje pot “Percorso delle vacche” o Krivojuneca composto dall’appellativo juneca “vitella, giovane mucca” e kriv “storto”.
L’itinerario prosegue in un bosco rado di carpini neri e ornielli fino a giungere sul greto del Mea. Qui si attraversa il letto asciutto del torrente fino ad intercettare sull’altra sponda, poco sotto il tornante della strada per Passo di Tanamea, la pista forestale che ci riporta nella zona delle sorgenti.
Volendo allungare la passeggiata a questo punto si raggiunge la strada asfaltata e dopo il successivo tornante si imbocca una nuova pista forestale che risale con moderate pendenze il versante settentrionale del Gran Monte e conduce, in circa di mezz’ora di cammino o poco più, alle casere Chisalizza/Kisálica, poste a 796 m, sul fianco della montagna che scende verso la forra del Torre.

La vita nelle casere

I fabbricati rurali di Chisalizza/Kisalica furono costruiti sul finire dell’800 ma, con molta probabilità, già prima esistevano in loco modeste costruzioni per il ricovero del bestiame. La graziosa cappella dedicata a Sant’Agostino fu benedetta nel 1934 e ripristinata nel 1983, a seguito del sisma.
I proprietari delle casere, in maggioranza di Pradielis, si recavano in Chisalizza verso la fine di aprile. Le famiglie si spostavano al completo portando con sé i bovini, pecore, capre e qualcuno anche i maiali. Gli animali non venivano fatti pascolare, ma lasciati in stalla.
A Chisalizza mancano sorgenti d’acqua. Ogni casera era perciò dotata di una cisterna che raccoglieva l’acqua piovana dalle grondaie del tetto. Inoltre, in prossimità della chiesetta fu costruito in forma collettiva un acquedotto che recuperava l’acqua piovana dal terreno a monte del manufatto e la convogliava all’interno dello stesso.
In casi di prolungata siccità, gli abitanti delle casere si recavano a prendere l’acqua in località “Ta za Kucjon” (dallo sloveno dialettale Kucej che significa cima montana tondeggiante) a quota 1260 m slm dove sgorga una piccola sorgente oppure scendevano verso Musi.
In primavera il villaggio alpino contava circa 40 persone che rientravano in paese alla fine di settembre, ma alcune famiglie si fermavano fino alla prima neve.
Non c’era un fabbricato destinato a latteria: ognuno produceva il formaggio nella propria casera con il sistema turnario. Venivano preparati anche il burro e la ricotta.
Vicino ai fabbricati rurali ogni famiglia possedeva dei campetti. Vi coltivavano patate e fagioli: i risultati erano ottimi sia come qualità che quantità. Alcuni si recavano in pianura a scambiare questi prodotti con il granoturco.
Gli abitanti delle casere si dedicavano anche alla coltivazione di piante da frutto quali meli, peri, susine e ciliegie e alla raccolta delle fragoline di bosco e dei lamponi.
L’attività agricola in Chisalizza continuò con alacrità fino a metà degli anni ‘50, poi diminuì gradualmente fino a scomparire negli anni ‘70.
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